Il cavaliere e l’aquila

Il cavaliere, dopo aver abbandonato la spiaggia sulla quale l’avevamo lasciato, si diresse al galoppo verso quelle luci che si vedevano da lontano e che annunciavano la presenza di un borgo o di qualche castello. Arrivò alla porta principale, dove venne fermato perché le guardie notarono la spada legata al suo fianco e l’arco e la faretra ricolma di frecce che stavano sul mantello blu con strisce rosse. Lui scostò il cappuccio che usava per coprire il volto e le guardie dopo un “ah siete voi, scusateci” mormorato con lo sguardo basso e in tono di deferenza lo lasciarono passare. Lanciò il cavallo al passo e si diresse sicuro per le vie del borgo, fino ad una locanda dove smontò di cavallo e dopo averlo affidato con una carezza sul muso allo stalliere che stava lì vicino entrò nella locanda. Con un rapido sguardo soppesò gli avventori e non vedendo alcuna minaccia scelse il tavolo più lontano dalla luce del locale, quasi in penombra. Quando il garzone arrivò per chiedere cosa volesse, ordinò della birra e diede al ragazzo due monete dicendo di tenere pure il resto. Una volta rimasto solo, prese il boccale, cominciando a bere lunghi sorsi come se volesse far andar via anche i pensieri insieme a quella bevanda. Ad un certo punto, uno degli avventori iniziò a parlare ad alta voce di un Aquila che non voleva sapere di ubbidire e che avrebbe dovuto liberarla. Il cavaliere battè un pugno sul tavolo e si avvicinò all’uomo “se la tua Aquila riesco a lanciarla e a farla tornare da me me la vendi?” Il falconiere ci pensò un attimo e rispose “si ma tu devi darmi 50 monete, io è da tanto che la curo” Il cavaliere sorrise a mezza bocca e rispose “quello non è un problema, ci vediamo fuori dalle mura domani mattina” L’indomani all’alba appena fuori dalle porta, mente il sole cominciava ad illuminare il borgo e a riflettersi sul lago, i due uomini si incontrarono. Il cavaliere andò verso l’aquila che stava sul guantone del falconiere bendata, si fermò ad un passo e le sussurrò “io e te ci rincontriamo, il destino mi porta sempre da te”. Fece segno al falconiere di passare il guanto, lo mise sul suo braccio sinistro e le tolse il cappuccio. Si fissarono per qualche secondo, rapace e uomo poi lui le disse “vai sei libera, io ti aspetto qui se vorrai” e la lanciò. L’aquila finalmente libera dispiegò le sue ali e dopo aver saggiato il vento prese la via dei campi verso il lago. “Ve l’avevo detto messere che non tornava” “tenete queste monete e sparite” “‘ma son 100” “fa niente, sparisci prima che ci ripenso” e si diresse a passi veloci verso le stalle, inforcò lo stallone bianco e uscì a tutta velocità dal borgo. Mentre la distanza aumentava ad un certo punto sentì un grido provenire dal cielo, arrestò di colpo il cavallo e tese il braccio con il guantone in un gesto istintivo, qualche secondo prima che gli artigli del rapace vi si poggiassero. “Sei tornata, sei tornata” mentre le lacrime bagnavano quel viso indurito da mille dolori. 

Un cavaliere e un lago

L’uomo stava seduto sulla spiaggia, lo sguardo perso sulle onde che andavano e venivano con un ritmo implacabile. A volte quando guardava la spuma bianca, che nasceva e poi spariva nell’arco di qualche secondo, un sorriso stanco nasceva involontario sulla sua faccia, per sparire poi nel momento in cui la schiuma diveniva acqua, parte di quell’onda  che tornava ad essere parte del lago. Nella sua mano destra, un’orcio di idromele. Una mano a visiera, anche se era ormai l’imbrunire, serviva più a nascondere gli occhi dal mondo che ad altro. Erano occhi stanchi, bastava poco che le lacrime bagnassero quel viso indurito dai pensieri che giravano nella sua testa. La postura era quella di chi sembrava molto stanco, ma se osservavi bene le spalle non avevano perso quella fierezza che gli avevano insegnato da bambino, solo che il guerriero aveva posato la sua spada vicino sul fianco destro, un ultimo atto dovuto, sempre pronto a difendersi. Ad un certo punto si alzò ed essendo l’imbrunire, con la spiaggia vuota si tolse la tunica, la cotta, lasciandole vicino alla spada deposta in un mucchio ordinato e si buttò nel lago. Le prime bracciate furono fatte con rabbia, tutta quella che gli bruciava dentro, poi si lasciò accarezzare dalla frescura dell’acqua sulla pelle e diminuì il ritmo, portandolo ad uno costante ma che non gli costava fatica. Arrivato al centro del lago, si girò e messosi a morto si lasciò trasportare dalla corrente senza opporre alcuna resistenza. Ad un certo punto, si lasciò andare sotto, sempre di più. Passavano i metri e dentro di se la pace, quella tanto agognata pace, giungeva sempre più palpabile, sempre più rassicurante. Ad un certo punto, forse per effetto del fiato che cominciava a mancare, cominciò ad avere visioni, l’ultima un aquila, che volava fiera nel cielo. A quel punto senti la forza tornare dentro di lui, fu difficile sentire la pace scivolare via, ma i muscoli cominciarono a nuotare e a farlo tornare in superficie. Raggiunse la riva nuotando velocemente, si rivesti, riprese la spada, guardandola con rispetto e amore, la rimise nel suo fodero e la senti di nuovo al suo fianco, quella presenza che gli dava sicurezza. Prima di girarsi per riprendere il cammino, guardò il cielo e gli chiese scusa.

60 punti

60 punti ma non quelli da unire,

60 punti sulla tua schiena

60 punti, per poter sconfiggere un mostro

60 punti e tanto dolore dentro ogni volta che ti sfiorano

60 punti che ancora non riesco a guardare.

Passa la notte

Le gocce che cadono,
il rumore sul tetto,
tu nel letto che ti giri
io lì che ti guardo,
non riesco ad addormentarmi
e conto i tuoi respiri facendoli miei.
Le ore passano ed io fermo lì, respiro
tra i respiri, sogno tra i sogni,
aspettando che tu ti svegli e il primo
sorriso sia per me.

L’ultimo concerto

L’ultimo concerto

Tra poco sarebbe cominciato quello che era il concerto con la c maiuscola, il suo ultimo per quell’estate che l’aveva visto in giro per mille città e paesini italiani per la promozione del suo nuovo disco.
L’aveva voluto lui in quel posto, voleva chiudere in bellezza, una specie di rivincita verso quel luogo che il destino aveva riempito si di bellissimi ricordi, ma anche dell’unica ferita che ancora si portava dietro. La palestra del Liceo della Garbatella, quella stessa scuola che l’aveva visto strappare con i denti una maturità, che l’aveva visto innamorarsi e poi soffrire così tanto da farlo scappare lontano per mesi per poi tornare e riappropriarsi della vita, finchè non era arrivata quell’ultima botta che gli aveva tolto la luce dagli occhi, come dicevano le poche persone che gli erano rimaste accanto.
Quegli occhi che adesso erano socchiusi, seduto pesantemente nella sedia con il corpo rilassato, il capo all’indietro e i capelli che gli facevano il solletico al collo, ma alla fine gli piacevano così, perché quando girava il capo velocemente poteva sentire il loro rumore e poi amava giocarci mettendoci nastrini strampalati mentre provava.. Ne aveva uno nero, spesso che usava solo quando doveva comporre, era talmente logoro che quasi non teneva più la massa di capelli ma quando qualcuno aveva provato a regalargliene uno nuovo, il risultato era stato che era finito nel cassetto e dimenticato sempre a favore di quello vecchio. Era anche l’unico braccialetto che portava quando stava sul palco al polso sinistro. Molti avevano provato a chiedergli la storia che c’era dietro quel nastro, ma lui si era trincerato dietro un silenzio ostinato e chi aveva imparato a conoscerlo aveva gettato la spugna perché sapeva perfettamente che se non voleva dirti una cosa, non ci sarebbe stato verso di tirarla fuori se non quando avesse deciso lui.
La porta del camper che lo ospitava si aprì di botto, lasciando entrare un soffio d’aria calda in quel locale climatizzato insieme a un inconfondibile profumo femminile. “Marco, dai che mancano due ore e bisogna ancora sistemare il suono”.. Lui aprì gli occhi e guardò la ragazza che gli stava di fronte tutta eccitata per quella nuova esibizione, come se fosse la prima volta che si sarebbero accesi i riflettori. Lei era una ragazza con i capelli mori lunghi, un viso molto carino a detta di tutti gli ammiratori che aveva e l’allegria dei suoi venticinque anni. Era la sua manager da quando credendo in lui qualche anno prima quando non erano in molti a farlo, aveva presentato il suo demo al padre e l’aveva convinto a incidere un cd che era stato il primo dei successi. Il rapporto tra di loro
era stato travagliato, si era partiti da una storia di solo sesso dove lui tentava di dimenticare qualcuno, per poi accorgersi di essere innamorati e alla fine lasciarsi per rimanere come fratello e sorella, un rapporto d’amicizia che si nutriva di tanti momenti vissuti insieme come le gavettonate per festeggiare un concerto andato bene, le incazzature leggendo le critiche non sempre favorevoli a qualche testo.
“Simo, tranquilla il suono è okkei.. con Massimo l’abbiamo sistemato sta mattina. Adesso esco che devo andare in un posto e ci vediamo tra un’oretta”. Un bacio veloce sulla guancia, il casco e le chiavi. L’umidità di quell’estate lo colpì in pieno appena uscito dall’abbraccio del climatizzatore, rimase un attimo accecato dalla luce pomeridiana del sole e si mise gli occhiali scuri. Si diresse verso il retro del motorhome che usava come casa durante i concerti, dove su un carello c’era la sua moto. Era l’unico regalo che si era voluto fare con i soldi guadagnati dai due dischi, il resto l’aveva messo via e in parte mandato alla famiglia come per sdebitarsi del fatto che passava di lì praticamente 24 ore in un anno sommando tutte le visite che faceva. Si mise il casco, infilò le chiavi nel quadro e le girò. Un leggero tocco di acceleratore e il 1000 iniziò a borbottare.
Alcuni operai si fermarono formando un semicerchio poco distante osservandolo mentre si metteva il casco e i guanti e ingranava la prima. Passando un breve cenno di mano per salutarli e poi via verso quella meta che da quando erano arrivati a Roma stava nei suoi pensieri. Fece il giro lungo per arrivarci tanto aveva ancora un po’ di tempo prima di doversi concentrare per il concerto, così dalla visiera del casco rivide quelle strade, quelle case che avevano fatto da cornice alla sua adolescenza, si fermò qualche secondo ad osservare na banderuola segnavento che come quando era ragazzo aveva la dote particolare di puntare sempre dalla parte opposta di dove arrivava il vento. Un leggero sorriso nacque spontaneo vedendola ancora lì, che morì subito quando le emozioni che dava il girare per quelle strade toccarono la piccola e dolorosa ferita che ancora oggi si portava dietro. Un rapido gesto della mano a chiudere la visiera, la marcia ingranata e si lasciò dietro il suo vecchio quartiere, puntando dritto verso il lungo tevere. Anche qui le cose erano sempre uguali a parte una macchinetta di foto che non c’era più e quasi si senti un colpo allo stomaco vedendo quel buco vuoto dove si aspettava di trovare quel pezzo della sua vita. Adesso c’era un pezzo di muraglione con scritte a bomboletta storie d’amore di qualche giovane writer, ma non era la stessa cosa per lui.
Altra chiusura di casco e altra marcia ingranata, sta volta però la meta non poteva essere cambiata anche lei nel corso di questi due anni. Non doveva esserlo. Si fermo davanti alla cancellata di villa borghese, legò casco e moto e si diresse verso il posto che stava cercando.
Qualche cambiamento il tempo l’aveva portato anche qui: il grosso albero che prima si specchiava nel laghetto non c’era più ed al suo posto era stata installata una panchina, ma le acque quiete del laghetto erano sempre le stesse, ogni tanto qualche onda rompeva la loro tranquillità ma si perdeva in cerchi che sembravano andare verso l’infinito e oltre. Si tolse gli occhiali e si sedette sulla panchina con la testa tra le mani a fissare un punto non ben definito del centro dello specchio d’acqua.

Ciao mamma, hai visto? dopo tante promesse alla fine ce l’ho fatta e sono qui a trovarti, nel nostro posto. Oggi per me è una giornata importantissima, il primo concerto davanti alla mia gente, non so quanti della famiglia verranno a vedermi perché ho fatto recapitare una busta a casa con dentro biglietti per tutti, ma so bene che sarei dovuto andarci di persona. Il problema, ma questo lo sai già, è che finchè sto lontano da quella casa ho il controllo delle mie emozioni fino in fondo e per adesso non ho alcuna voglia di scontrarmi con sentimenti che credevo morti, anche se dal dolore che fanno so benissimo che prima o poi dovrò rendergli conto. Ma non sono qui per dirti cose che
sai perché ogni notte negli ultimi due anni ti ho raccontato quello che mi capitava, sono qui perché
volevo darti un anteprima del concerto di sta sera che ancora non ho detto a nessuno. Tra le altre
canzoni ci sarà anche quella che ti piaceva tanto e che mi hai insegnato come prima alla chitarra e che a un certo punto fa così:
Voglio però ricordarti com’eri
pensare che ancora vivi
voglio pensare che ancora mi ascolti
e che come allora sorridi.
Bene quando da lassù sentirai queste parole sappi che in quel momento sarà per te, è un modo stupido per dirti che ti voglio bene.. ma è il mio modo.. ti prego accettalo.

Il flusso dei suoi pensieri venne interrotto da una domanda urlata “Ma tu sei Marco?”. Si voltò per vedere da chi arrivasse la voce alle sue spalle e si ritrovò di fronte a due ragazzine che non aveva mai visto “ehmm si” la risposta. “senti non è che ci fai fare qualche foto?” “si certo” con un po’ di imbarazzo. Ci fu qualche scatto, un paio di dediche sui cd e poi con una scusa, un ultimo sguardo verso il laghetto ritornò alla moto e poi via verso il motorhome.

Lo spogliatoio della palestra faceva da camerino e lui era lì a passeggiare avanti e indietro, ogni tanto si fermava e sentiva le urla della gente che cominciava ad arrivare, mancava ancora un ora e
la domanda che lo metteva in agitazione era se quei posti che aveva fatto riservare appena sotto il
palco per la sua famiglia e i suoi amici si sarebbero riempiti oppure sarebbero rimasti vuoti. Sapeva che mandare solo i biglietti con un piccolo foglietto con scritto “vi aspetto” non era un granchè, ma era arrivato fino alla porta della sua vecchia casa e lì si era fermato. Dentro di lui troppe emozioni,
molte di felicità per essere a casa, per sapere che quella parte del suo mondo non era mai cambiato, dall’altra qualche fitta troppo profonda per ragionarci e così meglio calarsi gli occhiali scuri, infilare la busta con quel bigliettino e tutti i pass per il concerto e sparire prima che venisse notato.
“Marco dai tranquillo vedrai che ci saranno tutti, pensa solo a concentrarti poi il resto verrà da se come sempre, quando sali su quel palco cambi, lasci la timidezza e diventi un leone, sai coinvolgere il pubblico come pochi ho visto quindi anche sta volta qui a casa tua sarà il successo che tutti si aspettano”

Raggiunse Simo e la strinse stretta stretta a se.. “ohi fammi respirare bello.. manco quando stavamo insieme mi facevi ste coccole” lui arrossì violentemente “scusa è che le tue parole erano giusto quello che avevo bisogno di sentirmi dire” “ti lascio concentrare”.

Si sedette sulla panchina, si prese la testa tra le mani e chiuse gli occhi per trovare dentro di sé tutto quello che gli serviva per conquistare il suo pubblico. Venne interrotto nella sua concentrazione da una porta che si apriva “dove li metto questi fiori?” “li posi lì ma si sbrighi che devo concentrarmi” disse un po’ scazzato da questa interruzione. “Marco dai che si va” la voce di Simona lo riportò dal trance in cui era finito nel tentativo di concentrarsi, si alzò, controllò la pettinatura al volo nello specchio di un armadietto e subito dopo slegò e rilegò il nastro scuro al suo polso, quasi con la paura che potesse scappare durante il concerto, o forse solo come segno di scaramanzia. Un respiro profondo, un sorso d’acqua dalla bottiglietta vicino a lui e poi via verso la porta, via verso il palco.
Passando un occhio gli cadde su quei fiori che aveva maledetto prima, un vaso di gerani rossi, quelli che amava curare in giardino di casa sua perché li aveva piantati la mamma e dentro tra le due piante una busta bianca. Il tempo per leggerla ora non c’era così la prese e se la infilò direttamente nella tasca posteriore dei jeans, promettendosi di rileggerla con calma a fine concerto o appena avesse avuto un minuto di tempo. Nessun indizio della persona che l’aveva scritta, c’era solo un X Marco scritto al pc sulla linguetta superiore, totalmente anonima.. nemmeno la calligrafia per dargli un indizio.
Appena salito sul palco, venne accecato dai riflettori puntati su di lui e non appena l’occhio si fu abituato alla nuova luminosità vide i posti in prima fila vicino alle transenne tutti occupati, c’erano tutti ma proprio tutti, Mimmo che lo guardava estasiato, Rudy e Alice che battevano le mani e urlavano, zio e Gabriella che si erano lanciati in uno strano passo di danza, Lucia che lo guardava tenendo la mano di suo padre che sorrideva, un sorriso che poche volte aveva visto su quel volto ma che lasciava trasparire tutto l’orgoglio di essere lì e di vedere suo figlio che si era fatto strada in quel campo dove lui aveva sempre pensato che fosse troppo difficile riuscire. Walter che urlava “piselloneeeeeeeeeeeee” come se fosse un pazzo, Carlotta che sorrideva e lo guardava con uno strano sguardo, Ezio, Stefania tutti lì. E poi quel posto vuoto. Si tocco il nastro al polso e comincio a cantare. “non sapevi se era a casa o a New York Marco. Pensa solo a cantare”.

Il pubblico che cantava con lui, la sua gente che lo osannava con cori e cantava i ritornelli, dentro di sé la consapevolezza e la felicità di essere finalmente arrivato, era successo in mille concerti ma qui davanti alla Garbatella aveva un sapore tutto particolare e diede ancora di più del solito, voleva che rimanesse nella storia, che in giro per le botteghe del quartiere si parlasse solo di lui e di quel concerto per qualche giorno.
“Grazie per essere qui, mi riempite il cuore di felicità davvero, ma ora anche se non è mia ho promesso la prossima canzone ad una persona e non posso venire meno.”

Le note di Una Canzone per un Amica riempirono la palestra, lui chiuse gli occhi e cantò la prima strofa. Il pubblico rispose cantando l’ultimo pezzo e lui finalmente aprì gli occhi, lucidi, ma brillanti dalla felicità. Scese quei quattro gradini che l’avrebbero portato vicino ai suoi e cantando salutò tutti
chi con una stretta di mano, chi con un bacio che sollevò ululati tra il pubblico, poi quando ci fu l’ultimo verso, quello che aveva promesso a sua mamma quel pomeriggio, si avvicinò a suo padre che lo guardava con gli occhi più lucidi dei suoi, chiamò con un gesto a se i suoi fratelli e tutti abbracciati cantarono quelle parole che per loro significavano molto.
Voglio però ricordarti com’eri
pensare che ancora vivi
voglio pensare che ancora mi ascolti
e che come allora sorridi.

Il coro che ne segui non era dei più intonati ma sicuramente la mole dei sentimenti che invasero l’aria di quella palestra fu qualcosa che rimase impressa nella mente dei presenti per molto tempo.

Il concerto era finito con una standing ovation e un applauso che era durato circa 10 minuti, aveva anche dovuto fare qualche bis e ogni volta che saliva sul palco si sentiva sempre più felice.

Adesso era in boxer nel suo motorhome dopo una doccia ristoratrice, buttato sul letto che riposava e riassaporava ogni momento di quella splendida serata, dalle prime note all’ultimo bis, quando lo sguardo si posò sulla tasca posteriore dei suoi jeans buttati su una sedia, da dove spuntava un angolino bianco, quasi a ricordargli quella busta trovata prima del concerto in mezzo ai due gerani.

Allungò la mano e la prese, sollevo l’angolo che non era chiuso con la colla e dentro ci trovò un biglietto “E noi ci saremo. Mimmo”. Sorrise alla risposta del fratellino al suo invito infilato dentro la buca delle lettere.
Proprio in quel momento sentì delle voci che quasi gridavano in una discussione animata proprio fuori dalla porta del suo camper, si mise addosso un paio di pantaloncini con le tasche ai lati, buttò la busta che aveva in mano sul tavolo e apri di scatto la porta “Si può sapere che è tutto sto casino alle 4 di notte?”. Le due persone impegnate nella discussione erano Simona, ben visibile sotto la luce del faretto che illuminava l’ingresso e un’altra figura nascosta nella semioscurità. “Marco scusami se ti abbiamo svegliato ma questa pensa di poterti intervistare a quest’ora della notte e io le sto appunto dicendo che forse è meglio se ripassa domani mattina, magari facendo una telefonata di avvertimento”.
“Mi vorresti dire che questa persona vuole farmi un’ intervista adesso?”
“così dice”
“No no, non se ne parla proprio, che ripassi domani adesso voglio riposare”
La figura che fino ad allora era rimasta nella semioscurità fece due passi avanti portandosi sotto la luce del faretto. “sicuro di non volere quest’intervista?” “ma quanto sei sfacciata. Ti ha appena detto che vuole riposare. Come te lo devo dire? in inglese?”. Lui rimase un attimo in silenzio mentre quella voce rimbombava dentro di se e un brivido freddo passava lungo la spina dorsale. L’ultima volta che l’aveva sentita era una sera di luglio di due anni prima, mentre sospirava durante l’ultima volta che avevano fatto l’amore, poi il buio totale. Risentirla adesso provocava dentro di se echi strani, qualche parte del suo cuore sembrava amplificarla, mentre il suo cervello cercava di azzittirla. Si toccò il nastro che ancora era legato al polso, aggrottò la fronte e rispose seccamente “si sono proprio sicuro, pensavi che vedendoti avrei cambiato idea Eva? sono passati due anni, il cagnolino che correva ai tuoi piedi con lo sguardo bastonato non esiste più. Se vuoi farla davvero st’intervista ci vediamo domani mattina alle 10.” Sotto lo sguardo stupito di Simona e quello che guardava per terra di Eva, si girò e chiuse sbattendo la porta.
Eva guardò la ragazza che Marco aveva chiamato Simona e che le sorrideva come per dire “hai visto che avevo ragione”, le sorrise a sua volta e “okkei sembra che ci vedremo domani mattina alle 10 allora.” Si girò e si incamminò per tornare verso casa.
Mentre camminava ragionava sulle sue emozioni, provate nel rivederlo dopo due anni passati a ritagliare articoli di giornale e foto che trovava sulle riviste seguendo passo a passo la sua carriera, ma soprattutto sulla reazione che aveva avuto nel rivederla. Quelli che non lo conoscevano avrebbero potuto ignorare quel lampo che era passato per un secondo nei suoi occhi, quando lei era uscita nella penombra ma lei no. Era lo stesso lampo che aveva visto quando quella sera di quattro anni prima davanti ad una macchinetta della foto le aveva detto che l’amava. “si Marco anche se adesso fai il duro, dentro di te qualcosa di noi ancora c’è. Devo solo capire cosa e come farlo venire a galla, ma domani alle 10 io e te finalmente potremo parlare e non sarà un intervista come tutte le altre perché le domande le farai anche tu, credimi”
Nello stesso momento all’interno del motorhome Marco si era ributtato sul letto, con la testa ancora a quello strano incontro. Quando non l’aveva vista seduta insieme al resto della banda, aveva pensato che era a New York insieme allo chef a vivere quella sua nuova vita che l’aveva portata lontano da lui, il fatto che non era lì era stato quel passo che l’aveva portato a mettere la parola fine a due anni passati a chiedersi come sarebbe stato se quella volta sulla scala, mentre lei lo guardava dopo aver baciato Alex, le avesse detto “ti prego rimani, perché senza te non è la stessa cosa” invece di guardarla impaurito per le sue possibili reazioni e decisioni come un cagnolino che aspetta che il padrone prenda una decisione per gli eventi della sua vita. Il rivederla lì davanti a lui, che lo cercava però aveva riaperto una speranza che dentro di sé non era mai morta, quella di poter riallacciare il rapporto, quella di avere la certezza che quando aveva capito che quella ragazza impaurita, che era entrata in casa sua la vigilia di natale di quattro anni prima a causa del matrimonio di suo padre con la mamma di lei, era l’altra metà del suo cielo, quell’anima gemella in cui molti credono ma che in pochi riescono a trovare, non si sbagliava.

Pensieroso, diede un click di mouse a foobar perché di dormire non se ne parlava, quindi meglio pensare immerso nella musica, che l’avrebbe cullato, portato in mezzo a posti di sé non ancora esplorati e forse fatto vedere sfaccettature che gli erano sfuggite di quello che stava vivendo.
La musica riempì la stanza, lui abbassò il volume in maniera che facesse da sottofondo ai suoi pensieri e per un attimo si fermò ad ascoltare quel brano che era finito in playlist ma che era da un po’ che la riproduzione casuale non tirava fuori.

That was my first mistake and
it will never be my last
I gave you space I gave you freedom
but I can’t forget the past

In una strofa di una canzone ecco riassunta la sua storia. Negli ultimi due anni aveva voluto dare spazio e libertà, costruendosi la sua vita alla ricerca di quel sogno che era la musica, lasciandosi scorrere le informazioni su di lei che arrivavano non chieste dalla famiglia come se fossero gocce di pioggia, passavano, bagnavano un attimo il suo animo e poi scomparivano. Il problema in tutto questo era quella certezza che aveva dentro: lei era quella giusta, lei era l’altra metà del suo cielo e questa cosa non riusciva a scordarla, a metterla in qualche scatola da riaprire solo a comando.
Ogni tanto di notte, si svegliava di soprassalto perché lei gli tornava in sogno e l’intensità di rivederla era tale che apriva gli occhi di scatto sperando in un suo ritorno, ma queste cose le sapevano solo lui e sua mamma, il suo angelo custode e le conseguenze erano che quel nastro così liso che portava al polso veniva torturato, spremuto per cercare di estrarre ancora un po’ di essenza della persona a cui un tempo era appartenuto.
La luce dell’alba iniziava a filtrare dalle finestre, quando finalmente si addormentò. Venne svegliato dopo un paio d’ore da un bussare frenetico alla porta. Si alzò e apri. “ecco la colazione superstar, sta mattina devi essere in forza che hai anche un intervista” questa la bordata di parole che lo investirono appena Simona entrò con un vassoio pieno di cose da mangiare. Appena appoggiato sul tavolo si fermò ad osservarlo “hey ma sei finito sotto un tir e non ne sapevo nulla?”
Lui afferrò una brioche al cioccolato che spuntava dal vassoio e guardando altrove rispose “veramente mi sono perso a giocare con la play e non ho visto che si erano fatte le 6”.
“sicuro di aver giocato alla play? No perché sono passata verso le 5 e si sentiva il suono della chitarra e in genere quando fai così è perché stai pensando a qualcosa o qualcuno”
“veramente i suoni che hai sentito erano quelli di Guitar Hero.” Vedendo la faccia perplessa di Simona aggiunse “no veramente, non ho nulla. E’ solo l’adrenalina che ho in corpo per il concerto di ieri sera” “okkei mi racconterai tutto quando ne avrai voglia come al solito, comunque adesso ti conviene farti na doccia e prepararti che mancano venti minuti all’intervista con la tipa insistente di ieri sera” la risposta di Marco fu solo uno sguardo da sopra la tazza del caffè seguita da un “oh cazzo.” Simona si mise a ridere più per la sua faccia che per il fatto che non sapesse che mancava così poco, Marco viveva con un tempo suo e i ritardi erano abbastanza comuni.
Lui trangugiò la restante parte del caffè e si lanciò direttamente verso il bagno per una doccia che sperava gli portasse via anche le occhiaie e la stanchezza. Quando uscì trovo il motorhome riordinato, i vari vestiti sparsi erano stati messi in una cesta, le riviste impignate e i piatti dentro il lavello lavati e messi negli armadietti, sorrise pensando che senza Simona molte volte non avrebbe saputo come fare.
Scelse una maglietta e un paio di pantaloncini, lasciò i capelli sciolti ancora bagnati e si mise ad aspettare la giornalista, costingendosi a dare retta a quell’articolo che aveva aperto senza pensare troppo a che domande avrebbe potuto fargli Eva.
Lei invece quella notte il sonno l’aveva trovato subito, appena giunta a casa si era buttata sul letto con un sorriso sulle labbra e dopo poco era nelle braccia di Morfeo.
La sveglia di quel mattino sembrò esserle meno antipatica del solito e mentre si stirava continuava a sorridere, cosa questa che la sorellina non mancò di notare e di chiedere subito la motivazione “Hey tu non me la racconti giusta, ieri sera sei rincasata tardi e sta mattina ti svegli con un sorriso strano.
Che sta succedendo?” “No è che sta mattina devo fare una cosa che mi rende particolarmente felice e allora perché non sorridere?” una faccia pensierosa nella sua interlocutrice e poi la domanda “che cosa stai combinando?” Eva si mise a ridere e “niente devo solo intervistare la nuova superstar della Garbatella anzi sembra ormai a livello nazionale” “intendi dire Marco?” la faccia da pensierosa era diventata perplessa “si proprio lui” detto questo si alzò dal letto e si rinchiuse in bagno per una doccia.
Quando uscì, si diresse in camera ed aprì l’armadio, guardò per un attimo i vari vestiti e alla fine scelse qualcosa di poco vistoso ovvero una maglietta con una leggera scollatura a V e un paio di jeans. Lasciò i capelli liberi e si incamminò verso il luogo dell’intervista, dopo aver salutato tutti annunciando che non sarebbe rientrata per pranzo.
Bussò alla porta del motorhome, non prima di essersi sistemata l’ultima volta i capelli con una veloce passata di mano. Lui venne quasi subito ad aprire, la vide, la studiò per due secondi e poi sorrise “Ciao” “ciao, facciamo l’intervista qui fuori?” lui la guardò un attimo stupito “no scusa è che non sono abituato a ste cose” entrò nel motorhome e lei lo seguì chiudendosi la porta alle spalle.
Appena entrata, si guardò in giro, studiando ogni minimo particolare del suo mondo, cercando traccia di qualche presenza femminle che potesse dargli un indizio di come stavano le cose ma non ne trovò e sorrise soddisfatta “Così è qui che vivi quando sei in giro?” “Sì anche se per ora è anche l’unica mia casa, non ho ancora trovato un motivo valido per fermarmi da qualche parte e poi qui ci sono tutte le mie cose e ci sto bene” disse buttandosi sul divano, con una gamba appoggiata ai cuscini e l’altra per terra, la testa appoggiata al cuscino. “okkei cominciamo?” disse lei sedendosi alla sedia del tavolo giusto vicino al divano, lasciando che la sua gamba sfiorasse la sua. Lui per un attimo si irrigidì poi chiuse gli occhi “spara”. Lei si fermò ad osservare un attimo quel viso che sembrava rilassato, si morse le labbra e iniziò con le domande di rito sulla sua carriera, lui rispose in maniera secca senza mai lasciarsi andare troppo. Poi si passò alle domande sulla sua vita privata tipo “frequenti qualcuna?” fu allora che lui riaprì gli occhi e lei rivide nello stesso momento in cui si toccava il nastro quello stesso lampo che aveva ravvivato il suo sguardo la sera prima. La risposta la spiazzò “no sono due anni che non ho nessuno, perché ogni tanto in sogno mi appare una ragazza a cui sono stato molto legato anche se non è finita bene visto che mi ha mollato per un biglietto d’aereo e una padella e non riesco a dimenticarla” Eva improvvisamente arrossì, era quello che aspettava da quando l’aveva rivisto su quel palco l’altra sera, appoggiata alla porta d’ingresso della palestra perché le forze per andare sotto il palco, così vicino a lui non l’aveva mai trovata. Lui non le diede il tempo di riprendersi, si alzò, le passò così vicino che la sua mano per un attimo le sfiorò i capelli e andò verso la mensola dove c’erano il casco e i guanti. “senti hai impegni per pranzo?” lei lo guardò per un secondo, lui aggrottò le sopracciglia ma poi si distese alla risposta “no sono libera fino a sta sera” “okkei allora mettiti questa e questo, andiamo a farci un giro che mi sono rotto di stare qui, potrai farmi tutte le domande che vuoi quando arriviamo” mentre lo diceva gli tirò una giacca in pelle da moto e poi appoggiò un casco sul tavolo. Lei si provò il giubbetto, si guardò allo specchio senza farlo notare, ma con scarso successo visto che da dietro arrivò il commento di lui “non preoccuparti fai la tua bella figura anche se è un po’ liso” con un sorriso a chiudere la frase che la fece stare meglio ancora, difatti fece un giro su se stessa e si mise a ridere “bene se hai finito di fare sfilate, possiamo anche uscire”
Accese la moto e mentre il motore si scaldava tirò giù le pedaline del passeggero, poi scavalcò con una gamba il mezzo e la guardò “dai sali”, aspettò che si sedesse poi arrivò la domanda “ma dove mi attacco, qui non ci sono maniglie” “Eh mi sa che dovrai abbracciarmi, una volta ti piaceva” con un ghigno da sotto il casco la risposta. Aspettò di sentire le sue braccia che lo circondavano, tirò giù la visiera scura per non fare vedere il sorriso che era nato in automatico e mise la prima. Una piccola accelerata e furono fuori dalla garbatella, puntò direttamente verso il mare senza chiedere niente, sta volta voleva essere lui a decidere.
Parcheggiò sul lungomare, lei aspettò un attimo a staccarsi poi scese. Legarono i caschi alla catena e si misero a passeggiare, rividero un lunapark che li aveva visti felici all’inizio della loro storia e in automatico entrarono, arrivarono fino al venditore di palloncini, invecchiato si, ma sempre lo stesso di 3 anni prima e quasi contemporaneamente si voltarono a guardarsi sorridendo.
Trovarono un ristorante con la terrazza sul mare e lì si sedettero, ordinarono un fritto di mare e un vinello bianco. Iniziarono a raccontarsi gli ultimi due anni passati lontano e il cameriere quando stava sistemando per chiudere li trovò ancora lì a ridere, a raccontarsi, a riscoprirsi.
Pagarono il conto e si diressero lungo la battigia, camminando e raccontando: il taccuino dell’intervista era sparito da tempo, erano solo due persone che avevano sete l’uno dell’altro e che non si saziavano mai, volevano sapere tutto, vivere ogni momento passato lontano dall’altro per scoprire che ogni tanto si erano pensati, che non erano mai usciti dalle rispettive vite. Poi ad un tratto Eva lo prese per mano e lo tirò a se nel tentativo di baciarlo, ma lui la fermò “no Eva, questo no”, lei per nulla intimorita prese la sua mano e se la mise sul cuore, facendo lo stesso con la sua “lo senti che battono alla stessa musica, lo senti come si parlano? Lo hanno sempre fatto, lo faranno sempre Marco” Lui la guardò per due secondi prima di abbassare lo sguardo e dire “andiamo, ti riporto a casa” avviandosi verso la moto.
La riportò a casa velocemente quasi volesse liberarsene, arrivati sotto casa lei gli rese il casco e stava per dargli il giubbino quando lui la fermò “quello me lo ridai domani sera, dopo il concerto alla bottiglieria, mi hanno chiesto di fare qualche canzone lì, spero che sta volta ci sarai”, detto questo marcia ingranata e fuggi nella notte romana.
La sera dopo la bottiglieria era piena di gente, tutti che volevano risentire il loro idolo, quel ragazzo che si era fatto da solo, un esempio da seguire. Eva si fece spazio fra la gente e si sedette su uno sgabello vicino al bancone “Ehi anche tu qui ad applaudire Marcolì eh?” Giulio tutto orgoglioso che lanciava sorrisi e offriva da bere come se la roma avesse vinto il campionato stava gongolandosi aspettando che quel suo figlio cominciasse a cantare. “si e devo ridargli anche una cosa” rispose Eva. Fu a quel punto che le porte dell’ufficio si aprirono, la musica cominciò e Marco usci cominciando a cantare le sue canzoni. Inutile dire che passò svariate volte vicino ad Eva lanciandole degli sguardi che sembravano trapassarla e ogni volta lei arrossiva. Poi quando stava per volgere al termine quel concerto improvvisato si sentirono le note di una canzone che non era sua e tutti si domandarono il perché. Marco come se nulla fosse inziò a cantare ed ad ogni passo si avvicinava ad Eva.
nuove strade fra di noi
nuove luci, nuovi occhi e poi, 

Un passo verso di lei con gli occhi fissi nei suoi..
Le domande dentro di te,
come acqua fra le dita sai,
se ne vanno rivedendo gli occhi miei,
e sul tuo cuore sai,
io riposerò
il tuo respiro è soltanto un attimo,
che corre forte
parla di noi,

Sempre più vicino, a tal punto da vedere quegli occhi lampeggiare impazziti.
ed ho paura,
di dirti che,
io non ho niente,
se non ho te.

La sua mano che prende quella di lei, la fa alzare e mentre la musica continua a suonare le ultime note, il microfono appoggiato sul bancone, l’altra mano che cerca
la sua e un “tu sei sempre stata la sola, lo sei e lo sarai” sussurrato, lei che lo guarda con due lacrimoni che scendono e quel bacio, prima rifiutato, ora cercato e voluto a segnare l’eternità perché due anime non si toccano per caso, è il destino che fa incontrare le giuste metà bisogna solo accorgersene e crederci.

Così piccola, così grande

Lui era lì, guardava la pediatra che le faceva la prima visita, la stanchezza della notte passata insonne ad aspettarle era sparita nel momento stesso in cui le aveva viste entrambe uscire dalla sala parto, sane e salve, se possibile ancora più belle di come si era sempre immaginato in quel momento. La sua faccina girava a destra e sinistra, cercando di capire come mai in poco tempo era passata dal posto stretto in pancia della mamma a quello strano posto, pieno di rumori che non conosceva. Erano i primi momenti che stavano insieme, lui la guardava, dentro il cuore batteva come una batteria impazzita, le lacrime di felicità stavano lì sull’orlo degli occhi senza voler cadere. La pediatra ad un certo punto si girò: “che nome gli mettiamo a questa bella bimba?” “Ginevra Piccardi” detto con un filo di voce, ma con dentro tanto di quell’orgoglio che solo un padre può capire. Adesso è un anno che con i tuoi sorrisi, con le tue espressioni, con le tue manine che passano sul mio viso curiose, mi fai venire la pelle d’oca. Tanti auguri amore di papà e buon primo compleanno!

Confessioni, per sempre

Dopo una serata movimentata come quella, ci voleva una doccia, di quelle lunghe e calde che rimani sotto il getto e lasci che l’acqua scorra su di te portando via anche tutti i pensieri che hai dentro, in quella nuvola di vapore che avvolge il bagno. Ma basta uscire e vedi un sms sul cell “hai un nuovo messaggio in segreteria, se vuoi ascoltarlo chiama 123456 e segui il menù” e i pensieri tornano, bastardi come prima a non darti pace finchè non componi quel numero e ascolti questo:

“Volevo dirti che mi dispiace davvero per quello che è successo, per tutto quello che è successo. E’stato stupido no?
Ed è questo il motivo per cui non volevo passare del tempo con te, perché se passo del tempo con te non riesco ad andare avanti, finisco a baciarti solo per averti guardato negl’occhi e…non va bene, ho fatto del male a me e non solo.
E’…mi conosci, sono un po’ in difficoltà a casa, poi non è un buon periodo.
E se hai una fidanzata,ragazza, donna, compagna quello che è… ok, però…. Non farle conoscere Marta, non sono pronta al fatto che ci sia un’altra persona nella sua vita,lo so che è piccola e magari per lei non è niente ma lo è per me.
Non sono pronta, magari se mi guardi pensi l’opposto ma non sono ancora riuscita ad accettare…. Volevo darle il meglio, una famiglia e non ci sono riuscita e adesso se un’altra persona dovesse far parte della sua vita, mi togli, l’unica persona con cui non ho sbagliato…e… Allora ci vediamo domani”

La voce del menù che ti chiede di premere 0 se vuoi cancellare il msg e tu che guardi quella tastiera, sperando che premendo quel tastino oltre a cancellare quelle parole, si porti via anche il rimbombo che ha scatenato dentro di te. E’ stato stupido dice lei, stupido un cazzo pensi tu, per la prima volta dopo mesi finalmente l’avevi lì, il momento era perfetto, quello che stava per succedere era perfetto, l’hai sognato circa ogni notte da quando vi siete lasciati, ma il destino ha deciso che in quel preciso istante suonasse il campanello e tutto si sfasciasse come un castello di sabbia all’arrivo dell’onda. Tutto in macerie, tutto cambiato un’altra volta: adesso lei pensa che Ginevra sia chissà cosa, mentre veramente non c’è mai stato nulla, mi ha chiamato “amore” si ma se la conosci, scopri che chiama così anche il tabaccaio sotto casa, non mi pare una cosa così speciale, no veramente non lo è, ma per
lei che non lo sa, è caduto tutto, io sono tornato quello stronzo che ero prima, quando con violenza è entrata in casa mia, solo che sta volta non ci sto. La rivoglio, voglio lei e Marta, voglio svegliarmi ogni giorno e averle con me, solo così posso finalmente tornare ad essere me stesso.
Una camica allacciata di fretta, un paio di jeans indossati saltellando per la casa talmente ho voglia di andare a dirle quello che ho in mente, le chiavi della moto prese al volo e via fuori casa, nel traffico di Roma che sta volta non sopporto perchè sembra che il tempo non passi mai e io vorrei essere già là, vorrei che st’agonia finisca: o dentro o fuori, ma devo dirglielo per forza, senza sto male.
Arrivo sotto casa di Pivian, mi attacco al campanello ma mi risponde il gobbo che lei è uscita, non è in casa e stranamente mi dice dove posso trovarla, forse ha sentito un minimo di agitazione nella mia voce, visto che praticamente ho urlato. Risalgo in moto e via di nuovo, sta volta verso villa borghese, il gobbo mi ha detto che ha portato Marta là per farla passeggiare un po’ in mezzo al verde. E’ un parco molto grande, ma sento di sapere dove posso trovarla, c’è un posto speciale dove quando eravamo ragazzi andavamo a buttare la coperta nei pomeriggi di primavera, per guardare le nuvole che cambiavano forma e fantasticare sul nostro futuro: lei mi diceva che lì avrebbe portato i suoi figli perchè quel posto le ispirava una tranquillità incredibile, sarà che è così lontano dai rumori della città, sarà che lì se qualcuno non sa dove sei, puoi veramente lasciare il mondo fuori, non lo so ma so dentro di me che è lì dove sta ora.
Mi addentro per i sentieri del parco, faccio na curva ed eccola quella radura: sono lì. Ha portato una coperta come allora e sta giocando con Marta: cazzo quanto son belle, quanto voglio di nuovo averle nella mia vita. Mi fermo un attimo a guardarle, poi mi incammino piano, quasi con la paura che si spaventino e scappino via, eccole sono ad un metro da me e ancora non si è accorta di me.
“ciao”
Marta si gira e mi sorride.
“Ma..Marco, che ci fai qui?”
“Avevo bisogno di parlarti e son passato a casa tua: il gobbo mi ha detto che stavi a Villa Borghese ed io sapevo che ti avrei trovato qui”, prendo in braccio Marta, che si diverte a passare la mano sulla barba incolta e ogni tanto lancia uno strillo di contentezza, per poi concentrarsi sulla croce che spunta dalla camicia, la tira, la rigira, aggrotta le ciglia, a me fa morire quando fa così, chissà che pensieri girano in quella testolina e inevitabilmente mi viene da sorridere. Mi siedo sulla coperta e poi mi sdraio, tenendo la bimba con le mani sollevata facendole fare l’aereoplanino, lei sembra gradire visto che sorride e lancia dei gaaaaa di contentezza, poi la metto tra me e Eva e le parole cominciano ad uscire da sole e man mano io mi sento sempre più leggero:

“non è stupido, voglio dire ho sentito il tuo messaggio in segreteria e tu dici che è stupido. Per me non lo è, sono stati gli unici momenti negli ultimi mesi dove mi sono sentito a posto, gli unici che vale la pena da mettere nei ricordi, quelli che quando ci pensi, ti ritrovi a sorridere come uno scemo e pensi che la tua vita ha un senso se ci sono momenti così. Per quella ragazza che hai visto, lei chiama amore tutti quelli che conosce, chiedi al tabaccaio sotto casa sua. Non c’è stato nulla, siamo finiti una volta a letto, ma anche lì non sono riuscito a farci niente, visto che sul più bello chiamavo te, si proprio Eva mi usciva. Ma non voglio giustificarmi, anche tu hai qualcuno che ti riempie bar di palloncini, non ti incazzare fammi finire, è successo: io e te abbiamo avuto nuove esperienze ma basta poco per farci ritrovare quella magia che solo noi abbiamo e che mi manca, cazzo. Io sto bene quando siamo noi, non mi importa di litigate, di quando giriamo per casa senza volerci incontrare perchè siamo troppo incavolati per parlare, succede anche questo, ma poi ci sono i momenti come adesso dove siamo noi con la cucciola e nessuno riesce a farmi pensare che ci sia qualcosa di sbagliato o che debba finire in un tuo sorriso, nel mio cuore che batte forte perchè tu stai vicino a me. Questo volevo dirti: io ti amo ancora e penso che sarà per sempre e non è stupido, è la mia vita”

Do un bacio a Marta, uno sguardo a lei, mi alzo e mi incammino verso l’uscita: non so cosa succederà domani o tra un ora, so che quello che ho detto è quello che sento, di più non posso fare.

E… uo… e….
ho un pensiero che parla di te
tutto muore ma tu
sei la cosa più cara che ho
e se mordo una fragola
mordo anche te

Just a tale

Case nuove, amori speciali

Visto che vivere da Pivian non è possibile perchè c’è sempre il pericolo di incontrare Davide o sentire le frecciate del gobbo e a casa, meglio non tornarci stabilmente perchè lì invece c’è mio padre e la mia immaturità, ho deciso di comprare casa, almeno i soldi del mio primo disco serviranno a qualcosa di utile e duraturo, speriamo che non siano gli ultimi ma questo è un altro discorso, che rientra nel “buco nero con scazzo corredato” dove sono finite la mia ispirazione e la voglia di scrivere canzoni. Dopo vari giri per agenzie immobiliari, accompagnato da una persona di fiducia come il Masetti che si è detto un esperto in questo campo “sai Marcolì mentre voi stavate in giro per il mondo, l’ho fatto pure come lavoro e modestamente me la cavo troppo bene, devo troppo venì con te, hai assolutamente bisogno dei miei consigli” e come si fa a dirgli di no? Anche se su quel “assolutamente bisogno” sinceramente avrei qualche dubbio, ma non posso litigare con l’unica persona che mi ha sempre accettato così come sono senza mai recriminare troppo. La prima casa stava sulla Tiburtina, un appartamento al terzo piano, ma secondo il Masetti non andava bene “ah Mà qui manco ce sta il posto pe fa delle partite decenti alla wii, che te lo accatti a fa?”, la seconda stava andando benone, ma secondo l’esperto “Ah Mà questa andrebbe pure, ma c’ha la terrazza troppo piccola e dove le famo le braciole poi?”, finalmente siamo arrivati alla terza, sta ai castelli, si insomma un po’ lontano dalla garbatella, però come dice il mio agente immobiliare di fiducia “ahoo qui se sta da dio, stai pure in un unica casetta senza gente sotto o sopra, sai er casino che famo? E poi quer pezzo de giardino ahoo braciole e birre a volontà de sera l’estate”, tutto convinto gironzolava per casa, mettendo un mobile immaginario qui, lo stereo là, la tele “a 42 pollici altrimenti er campo de Pes sembra troppo piccolo” in quel punto, insomma vederlo così ha fatto decidere anche me ed ecco che ho firmato il contratto e il rogito, pronto a cominciare questa nuova vita in una nuova casa: da qualche parte bisogna pure iniziare no?
Il trasloco mi ha insegnato che spuntano cose ovunque, cose che hai messo via e che senza volerlo, solo perchè devi spostarle da una casa all’altra ti tornano in mano: album di foto che ti siede e li sfogli, vedendo facce, sorrisi, rivivendo momenti che risvegliano ricordi dentro di te. Poi li chiudi e li metti in quel cassetto e li lasci lì fino al prossimo trasloco. E così questa sera è la prima che passo da solo qui nel mio nuovo regno, spaparanzato sul divano rigorosamente ad elle mentre sky manda quel film di quello scrittore che ha fatto tanto successo “scusa ma ti voglio sposare” e mi domando come mai un attore come Raul Bova abbia deciso di fare sto film: effettivamente le vie del mondo dello spettacolo non sono molto chiare: l’ho visto in film come “palermo, milano solo andata” o “ultimo” e mi sembrava uno di quelli che sanno cosa vogliono dalla propria carriera, ma sto film? Bho ripeto, sarò io che non capisco. Sto seguendo Nikki, me pare che si chiami così, mentre sta a Ibiza con quell’altro quando suona il campanello. Nammo ad aprì a quel matto di Walter va.. Apro la porta e un Eva formato tempesta irrompe per casa. “e tu? Che ci fai da ste parti? Do sta Marta? Se mi avvisavi preparavo qualcosa…” Butta il piumino sul divano e si volta “non sono qui per mangiare, volevo dirti due paroline su quella frase che hai detto a Milano, l’altro giorno: ricordati sempre che io a Mimmo mai l’avrei fatto dormire al freddo, io a quel bambino voglio un bene dell’anima hai capito stronzo?” Faccio un attimo mente locale perchè è passato un po’ di tempo e sinceramente non è che non ho avuto nient’altro da pensare in questi giorni. “innanzi tutto grazie per lo stronzo, poi per continuare dato che stavamo in giro per piazza Duomo alle 3 di notte e mio fratellino ha tipo 8 anni, quali altri pensieri potevano girarmi per la testa? Cazzo ne so che volevi portarci a quell’ora alle messaggerie, quando ci siamo andati insieme erano le 10, voglio dire va bene essere maghi ma qui ce voleva pure la palla di cristallo per azzeccarla”. Si avvicina, mi guarda qualche secondo con quella ruga che sorge da incazzata “Senti, va bene ho sbagliato orario, ma è colpa mia se mio padre sta volta aveva dato le chiavi prima ai figli di quella con cui sta perchè avevano assolutamente bisogno di un cd alle 10 di sabato sera?” io la guardo e scoppio a ridere “ahoo ma che a milano itunes non l’hanno ancora scoperto? Bastava un clic e se lo compravano, me sembrano Pivian questi, prossima volta se comprano tutto lo stock” e continuo a ridere, che sembra contagiare anche Eva, visto che piano piano la tensione sembra scemare, lancia uno sguardo al televisore dove Raoul sta portando su una custom la sua amata e mi guarda stranita “no dimmi che non è vero eh? Non ti sarai mica messo a vedere anche tu i film che ama Pivian eh?” “veramente era l’unica cosa che passa sky sta sera, a parte sos tata che sinceramente non è che mi intrippi più di tanto, poi veramente era acceso solo per farmi compagnia” gli indico la moleskine buttata sul divano, “sto cercando di buttare giù qualche riga del nuovo singolo visto che a fine mese devo dargli il demo, altrimenti me salutano” “come va?” “eh qualche riga è venuta fuori, ma dire che è na canzone completa direi che forse è esagerato” “Posso leggere?” prima che io dica di si, si siede sul divano, con la sua solita posa, gambe piegate sotto che fanno da leggio alla moleskine aperta e inzia a sfogliarla. La fisso, perchè dal suo sguardo in genere capisco se le piace quello che legge: aggrotta le sopraciglia e poi si mette una mano sotto il mento per concentrarsi meglio: in effetti sembra così.
Dopo qualche minuto alza la testa, mi guarda con due occhi che sembrano due fari nella nebbia, hanno dentro una luce che mi fa impazzire, sento la vita scorrere a 200 allora ogni volta che la vedo.
“E’ davvero così?” “sinceramente se lo scritto si, sai che non scrivo mai nulla che non sento veramente perchè è il mio modo di esprimere la parte che altrimenti non riuscirei mai a tirare fuori, ma cos’è che ti ha fatto alzare gli occhi? Posso leggerlo anche io?” mi siedo vicino a lei, prendo la moleskine e lei appoggia la testa sulla mia spalla. Questo era l’appunto che l’ha fatta fermare:

“guardare un’onda sul lago e ricordare di te,
tu sei il senso che ho di me, la cima, il fondo tu, per prima tu e niente più”

“l’ho scritta quando ho portato Marta sul lago di Bolsena, stavo passeggiando con lei e tuo padre, eravamo su lungo lago e mi son fermato un attimo a guardare quelle onde che da sempre e per sempre si infrangevano su quel muretto e mi è venuto in mente di quando eravamo io e te a Torri del Benaco, seduti su quella panchina davanti al porto che guardavamo come due scemi le onde che arrivavano dai battelli in partenza, li abbracciati senza desiderare null’altro che noi due”. Sento la sua mano che mi accarezza la guancia, mi gira verso la spalla dove lei è ancora appoggiata, poi le nostre labbra che si toccano, un bacio di quelli “che poi non piove per una settimana”, la mia mano che va ai bottoni della camicetta, la sua a slacciare la cintura, il telecomando dello stereo schiacciato per sbaglio fa partire una canzone che ci porta via sulle sue note, sulle sue parole e mentre lei riempie i locali, noi ci riempiamo di una magia che è ancora noi.

Ora ti ringrazio per essere nata
per essere te
perche’ t’ho trovata quell’ora quel giorno persa come me
Ora ti accarezzo
E lo fai anche te
Crolla una parete
Placami la sete
Pelle contro pelle
Pesci nella rete

Bum bum, batte il cuore

Lui guardava il maxischermo appeso alla parete dell’ambulatorio e dentro sentiva qualcosa muoversi, era qualcosa di profondo, di ancestrale: era l’amore verso i propri cuccioli che in ogni animale che popola questo nostro pianeta è innato, viene alla luce mentre lo vedi per la prima volta e per lui era proprio così: quel piccolo fagiolo era un estensione della sua vita, un pezzo di lui. La ginecologa prese il dopler e lo posizionò sulla parte dove stava formandosi il cuoricino del piccolo e subito la stanza venne innondata dal suono di quel piccolo tamburo: bum bum bum bum. Il giovane in quel momento sentì il suo di cuore unirsi in un ritmo ancestrale, suoni e ritmi di una canzone mai scritta ma che è quello che da sempre intona la vita e seppe di non poter più fare a meno di quel piccolo fagiolino, perchè seppur così piccolo già lo amava come solo la mamma, che in quel momento sdraiata sul lettino, aveva gli occhi bagnati da lacrime silenziose. L’emozione non ha voce, cantava qualcuno e in lui tutto era brivido di emozione ogni volta che un bum si palesava alle sue orecchie, esplosioni di felicità, di commozione, di amore, di consapevolezza che tutto era al posto giusto lo facevano rimanere lì, incapace di emettere un suono se non una risata, come quando gli era stato detto che lei era incinta: la gioia che provava era talmente grossa che non trovava le parole, solo risatine, nella testa migliaia di pensieri tra i quali uno: quel sogno dove insieme al padre stava cercando dove piantare una camelia nuova nel loro giardino, adesso la camelia si era trasformata in qualcosa di più vivo, di più bello e per lui insieme a quella gioia c’era anche la consapevolezza che il faro continuava a guidarlo e che in qualche modo era lì con lui, forse non in maniera palpabile come potrebbe esserlo na persona viva, ma con segnali che andavano decifrati ma che gli facevano capire che stava appoggiando quello che stava costruendo a piccoli passi: una mano invisibile sulla spalla: da molto l’aveva cercata, aveva pensato di averla ed ora c’era la consapevolezza di averla trovata.

Senza Titolo

E dopo la sorella più grande anche la seconda delle Cudicini ha deciso di venire da me per rendermi noto quello che per lei sono. Tutto è successo dopo che Eva se n’è andata. Stavo per mettermi sul divano ad ascoltare un po’ di musica con il mac davanti a me pronto per scrivere pensieri e campionare giri di note che potevano tornarmi utili nella composizione del nuovo singolo che quelli della casa discografica mi stanno chiedendo da tipo 6 mesi, ma che nella mia mente non appare, buio completo o come dice Chicca della casa di produzione “periodo di scazzo nero” con la sua amica Verdiana che scuote la testa come per dire che non è possibile battere quei momenti, bisogna aspettare che passino e io li che faccio tutti gli scongiuri possibili ma senza effettivamente un risultato utile visto che sono circondato in questa camera da mille pallottole di carta a ricordarmi di strofe cominciate ma mai continuate perché mancava sempre qualcosa. Sento suonare la porta e vado ad aprire tranquillo pensando che fosse Eva che avesse dimenticato qualcosa ed invece mi trovo di fronte Alice che salta dentro in casa senza nemmeno aspettare che io la inviti ad entrare.
“ciao Aly, che posso fare a quest’ora della notte per te?”
“Niente, non puoi fare assolutamente niente, ma volevo che sapessi che per me sei uno stronzo, un egocentrico che pensa solo al successo e che se n’è fregato altamente di mia sorella e di sua figlia, basta portare avanti il suo disco, basta avere quelle smorfiose che ti acclamano ad ogni concerto sbavanti”
La mia faccia mi sa che non dev’essere stata delle migliori perché Alice senza lasciarmi dire niente ha continuato come un fiume in piena.
“si perché se almeno avessi avuto un po’ di palle avresti trovato il tempo per stare con loro, con quella che chiami la tua famiglia, ma che poi alla fine metti dietro al successo e non ti lamentare se mia sorella ti ha sfanculato, è brutto rinunciare a tutti i propri sogni per sentirsi sempre al secondo posto, per venire dietro agli applausi, alla tua manager e a tutto il resto del mondo incantato che il successo ti ha portato. Poi la mossa di andare a piangere da mio padre dopo che hai combinato tutto il casino è stata veramente fantastica, non riesci nemmeno a difenderti, hai bisogno di qualcuno che ti tenga la mano sulla spalla mentre combatti le tue battaglie? Non sei ancora diventato uomo abbastanza, nonostante quello splendore di nipote che mi hai dato?”

L’impatto con il mondo è sempre forte
per chi vorrebbe solo farne parte
e avere almeno due o tre cose certe
e avere un Dio che si diverte

“Alice per prima cosa ti ringrazio per la considerazione che hai di me, pensavo che un minimo ti fossi simpatico invece vedo che era tutta apparenza: bene adesso sono contento di sapere cosa veramente pensi di me, così mi saprò regolare in futuro quando mi telefonerai piangendo per chiedermi consiglio sul tuo Walter che ha combinato l’ennesima cazzata e tu non sai che pesci pigliare. Si perché io sarò pure uno stronzo ma uno di quelli che ti fa comodo vero? No non aprire più bocca fino a quando non ho finito di parlare perché le cose non stanno proprio come hai raccontato tu a tutto il vicinato per quanto hai urlato. Si hai sentito solo la campana Eva e mi hai giudicato colpevole senza nemmeno darmi la possibilità di difendermi ma purtroppo non è proprio così la storia, non c’è solo oro, luci e ragazzine che urlano davanti al palco e che vogliono fare irruzione nel camerino nella mia vita così dorata come la descrivi tu. Guardati in giro, le vedi tutte le palle di carta che ci sono sparse? Sai non è che mi diverto a giocare a calcio nella mia stanza d’albergo, mi piacerebbe ma purtroppo sono la prova vivente che è da quasi 1 anno che non esce nulla, nulla di buono che possa essere messo in musica e sai perché non posso dire di no alla mia manager che sta così tanto simpatica a tua sorella? Perché se no perdo tutto, si l’unico sogno che mi è rimasto potrebbe andare a fanculo tra non meno di una settimana se non presento qualcosa di decente, ma adesso non c’è nulla, assolutamente nulla, il vuoto. Sai qual è la mia colpa? Che ho provato a difendere la mia famiglia da questa realtà, da questo mio vuoto, perché erano le uniche persone che non chiedevano nulla da me, ma mi davano tantissimo: un bacio da tua sorella, un sorriso da mia figlia ecco da dove arriva la forza per continuare a dire si, a mentire ai produttori dicendo che sto lavorando come un matto quando l’ispirazione se n’è andata. Sai che è successo quando ho provato a dire tutto questo a tua sorella? Mi ha guardato e mi ha detto che non era possibile, io sono un cantautore, le parole e le canzoni mi nascono dentro come i fiori crescono in un campo e mi ha chiesto se volevamo andare a fare shopping in via del Corso. Ecco il supporto che ho avuto, chi viveva nel mondo dorato? Io o lei? Vedo dalla tua faccia che queste cose non le sapevi eh? Brava! Adesso hai sentito anche l’altra campana, quella dello stronzo egocentrico e fammi un favore: prendi il tuo cappotto, i tuoi insulti e torna da dove sei venuta. A me sinceramente dai la nausea in questo momento”.

E quando canterai la tua canzone
e te ne fregherai di quanto piove
la urlerai in faccia a chi non vuole
e non sa sentire

Il cellulare che vibra sopra il tavolo, lo prendo dopo che ho chiuso la porta, guardo il display: Ginevra.
Lo slide per rifiutare la chiamata è lì pronto che mi aspetta, per il resto di questa notte voglio stare spento, del mondo fatene quello che volete, ma giù le mani dalla mia vita: quella è mia.