Il duello

Il cavaliere era di pattuglia in quei giorni perché alcuni contadini l’avevano avvisato che nella foresta non si poteva più transitare perché c’era un cavaliere tutto vestito di scuro che li derubava delle loro merci. Così decise di risolvere la situazione e insieme al suo fedele destriero si diresse nel fitto della foresta, deciso a incontrare questo oscuro signore. Arrivato ad una radura scese da cavallo e visto che era giunta sera si mise ad approntare un campo per passare la notte. Ad un certo punto venne messo in allarme dal nervosismo del cavallo che continuava a battere lo zoccolo sul terreno. Fece appena in tempo a girarsi e si trovo di fronte colui che stava cercando. “Cavaliere se volete passare la notte qui dovete pagarmi il dazio” “e di grazia, posso sapere chi è colui che me lo sta chiedendo?” “chiamatemi cavaliere oscuro il mio nome non ha importanza” la mano corse all’elsa della spada e anche l’altro si mise in guardia. “penso che ve lo dovrete guadagnare questo vostro dazio messere” le lame uscirono e i due si avventatorono uno contro l’altro con grande velocità e maestria. Un colpo del cavaliere nero colpì di striscio il braccio del nostro eroe, recidendo un drappo che vi era legato, rosso con lo stemma di una rosa bianca disegnata sopra in oro. Lui lo vide cadere e con un balzo,  fregandosene del pericolo mortale che lo incalzava, lanciò lo scudo e lo riprese stringendoselo al petto. Il cavaliere oscuro ne approfittò per tirare un fendente ma proprio in quel momento un’aquila piombò dal cielo affondando gli artigli nel suo braccio facendo perdere la presa sulla spada. Il nostro eroe fu lesto a saltare in avanti e puntare la spada alla gola del brigante. “Siete bravo ma avete perso, lasciate queste terre e non tornate mai più se vi è cara la vita”. Dopo averlo baciato, si legò di nuovo il drappo al braccio destro e guardò il cavaliere oscuro ormai disarmato allontanarsi verso il lato opposto della radura e delle sue terre. 

    Il cavaliere e l’aquila

    Il cavaliere, dopo aver abbandonato la spiaggia sulla quale l’avevamo lasciato, si diresse al galoppo verso quelle luci che si vedevano da lontano e che annunciavano la presenza di un borgo o di qualche castello. Arrivò alla porta principale, dove venne fermato perché le guardie notarono la spada legata al suo fianco e l’arco e la faretra ricolma di frecce che stavano sul mantello blu con strisce rosse. Lui scostò il cappuccio che usava per coprire il volto e le guardie dopo un “ah siete voi, scusateci” mormorato con lo sguardo basso e in tono di deferenza lo lasciarono passare. Lanciò il cavallo al passo e si diresse sicuro per le vie del borgo, fino ad una locanda dove smontò di cavallo e dopo averlo affidato con una carezza sul muso allo stalliere che stava lì vicino entrò nella locanda. Con un rapido sguardo soppesò gli avventori e non vedendo alcuna minaccia scelse il tavolo più lontano dalla luce del locale, quasi in penombra. Quando il garzone arrivò per chiedere cosa volesse, ordinò della birra e diede al ragazzo due monete dicendo di tenere pure il resto. Una volta rimasto solo, prese il boccale, cominciando a bere lunghi sorsi come se volesse far andar via anche i pensieri insieme a quella bevanda. Ad un certo punto, uno degli avventori iniziò a parlare ad alta voce di un Aquila che non voleva sapere di ubbidire e che avrebbe dovuto liberarla. Il cavaliere battè un pugno sul tavolo e si avvicinò all’uomo “se la tua Aquila riesco a lanciarla e a farla tornare da me me la vendi?” Il falconiere ci pensò un attimo e rispose “si ma tu devi darmi 50 monete, io è da tanto che la curo” Il cavaliere sorrise a mezza bocca e rispose “quello non è un problema, ci vediamo fuori dalle mura domani mattina” L’indomani all’alba appena fuori dalle porta, mente il sole cominciava ad illuminare il borgo e a riflettersi sul lago, i due uomini si incontrarono. Il cavaliere andò verso l’aquila che stava sul guantone del falconiere bendata, si fermò ad un passo e le sussurrò “io e te ci rincontriamo, il destino mi porta sempre da te”. Fece segno al falconiere di passare il guanto, lo mise sul suo braccio sinistro e le tolse il cappuccio. Si fissarono per qualche secondo, rapace e uomo poi lui le disse “vai sei libera, io ti aspetto qui se vorrai” e la lanciò. L’aquila finalmente libera dispiegò le sue ali e dopo aver saggiato il vento prese la via dei campi verso il lago. “Ve l’avevo detto messere che non tornava” “tenete queste monete e sparite” “‘ma son 100” “fa niente, sparisci prima che ci ripenso” e si diresse a passi veloci verso le stalle, inforcò lo stallone bianco e uscì a tutta velocità dal borgo. Mentre la distanza aumentava ad un certo punto sentì un grido provenire dal cielo, arrestò di colpo il cavallo e tese il braccio con il guantone in un gesto istintivo, qualche secondo prima che gli artigli del rapace vi si poggiassero. “Sei tornata, sei tornata” mentre le lacrime bagnavano quel viso indurito da mille dolori. 

    Un cavaliere e un lago

    L’uomo stava seduto sulla spiaggia, lo sguardo perso sulle onde che andavano e venivano con un ritmo implacabile. A volte quando guardava la spuma bianca, che nasceva e poi spariva nell’arco di qualche secondo, un sorriso stanco nasceva involontario sulla sua faccia, per sparire poi nel momento in cui la schiuma diveniva acqua, parte di quell’onda  che tornava ad essere parte del lago. Nella sua mano destra, un’orcio di idromele. Una mano a visiera, anche se era ormai l’imbrunire, serviva più a nascondere gli occhi dal mondo che ad altro. Erano occhi stanchi, bastava poco che le lacrime bagnassero quel viso indurito dai pensieri che giravano nella sua testa. La postura era quella di chi sembrava molto stanco, ma se osservavi bene le spalle non avevano perso quella fierezza che gli avevano insegnato da bambino, solo che il guerriero aveva posato la sua spada vicino sul fianco destro, un ultimo atto dovuto, sempre pronto a difendersi. Ad un certo punto si alzò ed essendo l’imbrunire, con la spiaggia vuota si tolse la tunica, la cotta, lasciandole vicino alla spada deposta in un mucchio ordinato e si buttò nel lago. Le prime bracciate furono fatte con rabbia, tutta quella che gli bruciava dentro, poi si lasciò accarezzare dalla frescura dell’acqua sulla pelle e diminuì il ritmo, portandolo ad uno costante ma che non gli costava fatica. Arrivato al centro del lago, si girò e messosi a morto si lasciò trasportare dalla corrente senza opporre alcuna resistenza. Ad un certo punto, si lasciò andare sotto, sempre di più. Passavano i metri e dentro di se la pace, quella tanto agognata pace, giungeva sempre più palpabile, sempre più rassicurante. Ad un certo punto, forse per effetto del fiato che cominciava a mancare, cominciò ad avere visioni, l’ultima un aquila, che volava fiera nel cielo. A quel punto senti la forza tornare dentro di lui, fu difficile sentire la pace scivolare via, ma i muscoli cominciarono a nuotare e a farlo tornare in superficie. Raggiunse la riva nuotando velocemente, si rivesti, riprese la spada, guardandola con rispetto e amore, la rimise nel suo fodero e la senti di nuovo al suo fianco, quella presenza che gli dava sicurezza. Prima di girarsi per riprendere il cammino, guardò il cielo e gli chiese scusa.

    60 punti

    60 punti ma non quelli da unire,

    60 punti sulla tua schiena

    60 punti, per poter sconfiggere un mostro

    60 punti e tanto dolore dentro ogni volta che ti sfiorano

    60 punti che ancora non riesco a guardare.

    Passa la notte

    Le gocce che cadono,
    il rumore sul tetto,
    tu nel letto che ti giri
    io lì che ti guardo,
    non riesco ad addormentarmi
    e conto i tuoi respiri facendoli miei.
    Le ore passano ed io fermo lì, respiro
    tra i respiri, sogno tra i sogni,
    aspettando che tu ti svegli e il primo
    sorriso sia per me.

    Vai alla barra degli strumenti