Il cavaliere, dopo aver abbandonato la spiaggia sulla quale l’avevamo lasciato, si diresse al galoppo verso quelle luci che si vedevano da lontano e che annunciavano la presenza di un borgo o di qualche castello. Arrivò alla porta principale, dove venne fermato perché le guardie notarono la spada legata al suo fianco e l’arco e la faretra ricolma di frecce che stavano sul mantello blu con strisce rosse. Lui scostò il cappuccio che usava per coprire il volto e le guardie dopo un “ah siete voi, scusateci” mormorato con lo sguardo basso e in tono di deferenza lo lasciarono passare. Lanciò il cavallo al passo e si diresse sicuro per le vie del borgo, fino ad una locanda dove smontò di cavallo e dopo averlo affidato con una carezza sul muso allo stalliere che stava lì vicino entrò nella locanda. Con un rapido sguardo soppesò gli avventori e non vedendo alcuna minaccia scelse il tavolo più lontano dalla luce del locale, quasi in penombra. Quando il garzone arrivò per chiedere cosa volesse, ordinò della birra e diede al ragazzo due monete dicendo di tenere pure il resto. Una volta rimasto solo, prese il boccale, cominciando a bere lunghi sorsi come se volesse far andar via anche i pensieri insieme a quella bevanda. Ad un certo punto, uno degli avventori iniziò a parlare ad alta voce di un Aquila che non voleva sapere di ubbidire e che avrebbe dovuto liberarla. Il cavaliere battè un pugno sul tavolo e si avvicinò all’uomo “se la tua Aquila riesco a lanciarla e a farla tornare da me me la vendi?” Il falconiere ci pensò un attimo e rispose “si ma tu devi darmi 50 monete, io è da tanto che la curo” Il cavaliere sorrise a mezza bocca e rispose “quello non è un problema, ci vediamo fuori dalle mura domani mattina” L’indomani all’alba appena fuori dalle porta, mente il sole cominciava ad illuminare il borgo e a riflettersi sul lago, i due uomini si incontrarono. Il cavaliere andò verso l’aquila che stava sul guantone del falconiere bendata, si fermò ad un passo e le sussurrò “io e te ci rincontriamo, il destino mi porta sempre da te”. Fece segno al falconiere di passare il guanto, lo mise sul suo braccio sinistro e le tolse il cappuccio. Si fissarono per qualche secondo, rapace e uomo poi lui le disse “vai sei libera, io ti aspetto qui se vorrai” e la lanciò. L’aquila finalmente libera dispiegò le sue ali e dopo aver saggiato il vento prese la via dei campi verso il lago. “Ve l’avevo detto messere che non tornava” “tenete queste monete e sparite” “‘ma son 100” “fa niente, sparisci prima che ci ripenso” e si diresse a passi veloci verso le stalle, inforcò lo stallone bianco e uscì a tutta velocità dal borgo. Mentre la distanza aumentava ad un certo punto sentì un grido provenire dal cielo, arrestò di colpo il cavallo e tese il braccio con il guantone in un gesto istintivo, qualche secondo prima che gli artigli del rapace vi si poggiassero. “Sei tornata, sei tornata” mentre le lacrime bagnavano quel viso indurito da mille dolori.